PAROLA O PENSIERO: CHI VIENE PRIMA?

Negli anni si sono susseguiti molti dibattiti attorno a questi temi, in particolare i sostenitori del linguaggio come “organo”, universale e innato per tutta l’umanità sono ovviamente in contrasto con la tesi che ogni lingua sia determinante sui concetti che ogni singolo possiede. Per provare a capire se venga prima parola o pensiero riportiamo alcune prospettive differenti sul tema.

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Il pensiero prima della parola: il linguaggio come organo

Noam Chomsky è il principale sostenitore della tesi secondo cui il linguaggio sia una caratteristica innata e universale, comune a tutta l’umanità. Ovviamente riconosce che le lingue siano molto diverse l’una dall’altra, ma sostiene che i neonati abbiano la capacità innata per impararne una piuttosto che un’altra senza distinzioni. Ci dice anche come lo sviluppo di questa capacità universale, si sviluppi attraverso degli stadi e dei periodi critici, sensibili, proprio come un organo.
Secondo lo studioso e molti altri sostenitori della teoria, questa capacità universale, questo “organo del linguaggio”, non si sarebbe evoluto con lo scopo di comunicare, ma che si sia rivelato utile in questo senso solo in un secondo momento, secondo il processo di “exattamento”.

Ad esempio...

L’esempio più classico di questo processo riguarda le piume degli uccelli. Si pensa che queste si siano evolute a partire dai dinosauri per motivi principalmente legati alla regolazione della temperatura corporea. Poi, in un secondo momento, si sarebbero rivelate utilissime per sviluppare la capacità del volo. Secondo Chomsky lo sviluppo del linguaggio avrebbe subito un procedimento analogo, nel corso dell’evoluzione dell’uomo. La sua funzione primaria sarebbe quella di organizzare pensieri, anche quando questi non devono essere comunicati. In effetti il linguaggio “solipsistico”, quello usato per formulare pensieri a noi stessi, è probabilmente più frequente dell’uso comunicativo verso gli altri.

Lingua-E e Lingua-I

Per spiegare la sua teoria, Chomsky distingue tra lingua-E, ovvero la lingua finale, come se fosse il prodotto di una ricetta, e Lingua-I, che può essere vista come la ricetta che la produce.
Questa distinzione serve per spiegare che guardando alla Lingua-I, tutte le lingue in realtà siano molto somiglianti tra loro. La sua idea è che tutte le lingue condividono una serie di principi, che sono universali, però, all’interno di questi principi, si possono “settare” dei parametri in modi particolari. Questo darebbe origine all’apparente diversità tra le Lingue-E. Proprio come se fossero degli interruttori On/Off.

La parola prima del pensiero

Sono molti gli studiosi che negli anni si sono scontrati con la teoria innatista di Chomsky. In particolare, i sostenitori del determinismo e del relativismo cognitivo. Potremmo riassumere il determinismo cognitivo con: Niente parola niente concetto. Troviamo queste idee anche in Orwell, nel suo celebre romanzo 1984. Nella dottrina descritta nel suo libro, chi è al potere spera di eliminare il concetto di libertà eliminando la parola per descriverla. Anche Cicerone, ai tempi dei romani, sosteneva che i greci non sapessero riconoscere un incapace, non avendo un termine per definirlo. Il concetto alla base, comunque, è che le caratteristiche morfo-sintattiche, lessicali ed espressive della lingua che si parla determinano le caratteristiche del sistema concettuale.

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Il relativismo cognitivo, invece, è  una famiglia di tesi secondo cui la lingua influenza il modo in cui pensiamo. La lingua, cosi come la cultura e il contesto, dà forma al pensiero. 
Quindi quali concetti abbiamo e come ragioniamo dipendono in modo significativo dalla lingua che parliamo o dalla cultura cui apparteniamo. In altre parole, ci sono differenze non concettuali che influenzano la nostra struttura concettuale.

Ad esempio...

Negli anni sono stati fatti tantissimi esperimenti per provare a confermare queste teorie, ad esempio confrontando la capacità di distinguere e classificare diverse tonalità di blu e azzurro, con lingue come la nostra che hanno questa differenza e altre che, come l’inglese, hanno un unico termine come blue. Altri studi si sono concentrati sul genere dei nomi, l’ipotesi era che il genere della parola avesse un’influenza sul modo di rappresentare gli oggetti a livello concettuale.

Quindi da un lato, nella testa degli autori, un italiano descriverebbe un ponte come robusto, imponente e solido perchè sono caratteristiche più maschili, come la parola. Dall’altro un tedesco descriverebbe un ponte come sinuoso, slanciato, elegante, che sono caratteristiche più tipicamente femminili, visto che la parola per ponte brücke, in tedesco, è femminile.
Tutti questi esperimenti provano qualche relazione tra la lingua e i concetti di chi la parla, ma niente di abbastanza forte da dimostrare le tesi di determinismo e relativismo cognitivo.

                                                                                              a cura di Leone Isacco Finzi 

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