Abitare o vivere: La Casa Vivente di Staid

La casa vivente, il nuovo libro di Andrea Staid

    Andrea Staid è docente di antropologia culturale e visuale presso la Naba, ricercatore presso Universidad de Granada e dirige per Meltemi la collana Biblioteca/Antropologia. Nel suo testo “<a href="https://www.addeditore.it/catalogo/la-casa-vivente/" target="_blank" rel="noopener">la casa vivente, riparare gli spazi, imparare a costruire</a>”, Staid affronta un tema tanto naturale quanto complesso: quello dell’ abitare.  <br />“Cerco di riflettere su come sia possibile un ripensamento del nostro abitare collettivo. Abitare in senso ecologico, sociale ma non antropocentrico; soprattutto indago la capacità di scomporre il nostro immaginario da un punto di vista architettonico. L’obiettivo è tessere nuove relazioni tra specie nel nostro modo di abitare. Costruire un mondo nuovo a partire da come concepiamo ciò che costruiamo"</p>       
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    <p>Questa indagine si accompagna di colori e vita. Staid racconta il suo viaggio di ricerca etnografica in giro per il mondo segnato dalle differenze socio-culturali del vivere e abitare gli spazi. Un esempio immediato è l’importanza di chiudere una porta: da un lato limitazione della proprietà privata, dall’altro paura di isolamento.</p>        
                                            <img width="800" height="449" src="https://www.piramida.it/wp-content/uploads/2021/04/la-casa-vivente.jpg" alt="Abitare" loading="lazy" />                                                      
        <h2>Abitare il mondo </h2>      
    <p>“ Abitare il mondo non vuol dire soltato radicarsi, ma anche valicare i confini”. Non vi è necessità nello stanziarsi. Al contrario per Staid, l’abitare nomade, seppur usanza che può sembrare preistorica, è attualità. Un modo per avere una diversa relazione tra uomo e ambiente e  di popolare il pianeta in modo armonico.<br /> “L’abitare deve diventare un progetto politico anticapitalista”, afferma in maniera diretta. <br />Staid propone dunque una serie di buone pratiche che passano dalla mobilità sostenibile alla riduzione dei rifiuti a un nuovo modo di vivere gli spazi. <br />È fondamentale ridimensionare l’umano e lasciare maggiore respiro al paesaggio. Bisogna uscire dai centri in cui ci siamo storicamente auto collocati. <br />Ultima delle volontà è quella di distruggere un sistema sociale che si fonda sulla condivisione. <br />Se le città nascono dunque come aggregazione sociale i nuovi spazi architettonici devono comunque garantire questo bisogno con maggior armonia per il territorio circostante. 

Il suo invito, come la sua scrittura, è chiaro e privo di fronzoli: dobbiamo “immettere futuro nelle cose che si fanno nel presente”, azzardare nuovi immaginari perché la casa smetta di essere soltanto un edificio e ritrovi una più vasta rete di possibilità e significati. Per un sistema mondo più resiliente

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